1 anno di Pippa…

Ed eccoci qua, al pippone speciale.  Ho letto un paio di giorni fa un  post di un regista, Gabriele Pignotta, che dice che gli artisti non devono parlare di sé in prima persona, ma devono lasciare che le loro opere parlino per loro. E di solito anche io faccio così. Perciò scusate se vi parlo un po’ di me, se smetto per un giorno, uno solo dell’anno, la maschera brillante. Per dire grazie a quest’anno. Che è stato per me l’anno più bello… quasi di tutti, diciamo.

Il motivo per cui ho creato Pippa è stato: un fallimento. Il fallimento di un esame in particolare, che mi aveva tenuto tutte le vacanze in modalità Grinch e di cui è rimasta epica la domanda fatta a mia madre “ma secondo te potrò chiamare Agnese per chiederle gli appunti sulle emorroidi?” alle 20:40 del 24 dicembre. Livelli di esaurimento inauditi. Le valigie notturne, un po’ di senso di vuoto, un sacco di cazzate (tipo il fatto di aver detto ai miei “ragazzi, sto facendo una cosa importante ora, fate silenzio!” e immediatamente dopo mia madre ha detto a mio fratello “comunque a fiori, frutti e città sei una pippa!” e si è scatenato l’inferno) erano il mio pane quotidiano, insieme a quel senso, il senso di essere un po’ “una pippa”, una scrittrice che da tanto ci provava e non aveva mai realizzato concretamente qualcosa di grosso e una studentessa incapace, non perché non riuscissi ma perché la fatica che mi costava riuscire era veramente troppa, secondo me. Perché quello che facevo mi piaceva ma non me ne sentivo parte.

Volevo scappare, andarmene da qualche parte, e invece ho creato il blog, con questo nome ironico, Pippa. L’8 gennaio l’ho aperto, credendo di chiuderlo dopo pochi giorni, e invece eccomi qui, dopo un anno, ad aver conosciuto tanti di voi e ad avervi adorati, e a scambiarmi con voi mail e auguri e scherzi che mi hanno rallegrata e arricchita, e a pensare ogni domenica a come rallegrare e arricchire anche voi. Io, che non mi sentivo parte di niente, ho cominciato a sentirmi un po’ parte di voi.

Gli esami intanto continuavano a trattarmi peggio di come Christian Grey trattava Anastasia Steele in quel famoso pippone che vi è piaciuto tanto, e quante pippe mentali… Sempre avute, sono sempre state le mie fedeli compagne, io sono un corollario, una collezione di preoccupazioni inutili. Ma le pippe mentali sono un po’ come le pallette della plastica scoppiettina: puoi decidere tu se imballartici oppure farle scoppiare per divertirti. Oppure, possiamo dire in maniera meno elegante, che sono come un’altra cosa, che non importa quanto siano grandi, l’importante è come le usi! E così , da un bignami delle mie personali seghe mentali, è nata anche la Rana, unica consolazione di quei mesi un po’ neri. La pre-produzione, serate di risate e di creatività, con un gruppo di attori(amici, ormai) fantastici di cui avrei imparato piano, piano a non fare a meno, riuscendo a credere in quel piccolo progetto di cui tutti dubitavamo mentre diventava grande tra le nostre mani e si arricchiva di volti, di cuori, di speranze e incertezze.

Poi c’è stato il blocco dello scrittore, a Marzo. Un mese intero senza scrivere. Un concorso importante e un film che non arrivava, e quando arrivava non era come volevo. Ero a Torino da mio fratello quei giorni, chiusa nella meraviglia nera del museo del Cinema, disperata perché non funzionava più niente, perché non c’era una riga che filasse nel verso giusto. Insomma, più Pippa di così si muore. Poi c’è stata Pasqua, passata a Lecce, sotto una pioggia torrenziale che mi aveva chiuso in un mutismo atavico e terribile. Fino a quel momento, il momento in cui sono entrata nella casa in cui Ozpetek ha girato “Mine vaganti”. In quel film c’è una delle mie citazioni preferite (che troverete anche nella Rana), che gli amori impossibili non finiscono mai, sono quelli che durano per sempre.

Che un museo del Cinema mi avesse ridato la tranquillità persa e una casa in cui ha girato un regista mi avesse restituito il sorriso, forse, erano già eventi indicativi di quanto fossi ancora fra le braccia del mio amore impossibile.

E all’improvviso tutto ha iniziato a funzionare. Sono state nottate terribili in cui ho spremuto il mio spirito e il mio fisico non mangiando e non dormendo pur di farcela, e finalmente, dopo sette anni di fatica, il 23 luglio mi sono laureata. Quel giorno davanti a quella commissione ho dimostrato una cosa importante. Ho dimostrato che non è importante quante volte nella vita ti credi una pippa, ma quante di quelle volte stringi i denti e combatti, nonostante tu ti senta minuscolo davanti a un drago enorme e imbattibile.

E ve la ricordate la scarpa?  Quella scarpa viola che vi ha raccontato un pomeriggio di shopping col brother? Ebbene, proprio in quei giorni il mio cervellino aveva partorito una cosa, una web serie, che si chiama Strangers. Dimenticata e senza alcuna fiducia, passata in cavalleria sul set della Rana.

A tal proposito… mi avete vista sparire nel mese di ottobre ma vi giuro che non sono mai stata più viva e più felice, che non mi sono mai svegliata più grata al Cielo di quelle lavanderie sperse in angoli periferici di Pisa, di quei pomeriggi nella pasticceria “di Margherita” che finivano in bocconi di cornetti e tramezzini mangiati abbracciata alla reflex, dove tra un “motore” e uno “stop” il mio mondo interiore prendeva vita. Le mie pippe mentali, protette e curate, vivevano finalmente senza che nessuno potesse più condannarle. E io, il piccolo Calimero che nei corridoi dell’ospedale taceva per paura di dire una cazzata ho fatto diventare importante la mia voce.

E poi un giorno ho ricevuto una telefonata. Ero in un camerino di HM con la mia fida Margherita, cioè Chiara, amica e collaboratrice insostituibile, quando mi hanno chiamato da Roma. Ed ero arrivata a un passo dal mollare, dall’abbandonare tutto e rassegnarmi. Per sempre. Prima di prendere quel treno.

Quando sono salita su quel palco, il palco del Premio Carlo Bixio, uno dei premi di sceneggiatura più importanti d’Italia, con me c’erano 26 anni di insicurezze. C’era il primo concorso letterario a 8 anni e tutti gli altri a cui ho partecipato, mai vinti. C’erano le telefonate non ricevute e le porte ricevute, invece, in faccia. C’erano 26 anni di commenti truci e di una sola certezza. Che con questo non ci campi, anche se io ho sempre vissuto di questo. Eppure lì sul palco del Roma Fiction Fest c’era tutta la mia voglia di non rinunciare. Di provarci ancora, come ci avevo provato per così tanto, dando spallate alla vita e raggomitolandomi nella scrittura ogni volta che le cose andavano male.

E poi c’era una cosa divertente. Che mentre ero ancora lì ad ascoltare la commissione che perdeva tempo per il puro divertimento di vederci morire, sentendo parlare di questo mitologico progetto vincitore sentivo complimenti grandi come Godzilla, sentivo parlare di uno sceneggiatore eccelso, di una mente straordinaria e di un progetto perfetto. E dicevo “ma se c’è questo in Italia… ma io dove vado? Ma io sono una pippa proprio in confronto!”

Quando la presentatrice ha annunciato che il vincitore del Premio Carlo Bixio e del contratto con Mediaset era Strangers, che quel mitologico sceneggiatore ero io, il mio cuore ha fatto quel salto che ti ricordi per sempre, e quella sensazione di essere una pippa è finalmente sparita.E una sera è bastata, la sera che somigliava al grande lieto fine dei film, la sera in cui la piccola Pippa ha avuto l’attenzione dei vertici della tv italiana.

Il futuro… Dio solo sa quale sarà. Però questo è stato l’anno, l’anno di Pippa, in cui stringendo i denti le mie pippe mentali hanno sfondato le porte della realtà e hanno guadagnato la dignità dell’esistenza. Che finisca qui o che continui sarà solo il destino a deciderlo, ma penso che un “grazie” adesso, sia d’obbligo.

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